martedì 13 marzo 2012

La solitudine delle parole perse

Siamo abituati a parlare di "noi" e di "loro".
Viviamo separati, tribù di persone che raramente si mescolano. A volte pensiamo a loro come dei barbari, che vivono insieme a noi e si alimentano della stessa penuria di stimoli culturali con cui ci alimentiamo noi.
Si sposano come noi, perpetuano questa specie e quindi, come noi, hanno diritto ad avere un'opinione, un seguito, di essere come noi un mattone egualmente solido che compone il muro del nostro futuro.
Tutto questo per parlare di cosa.
Al Cosmoprof, dove lavoro ogni anno e luogo che adoro perchè racchiude tutto il superfluo di cui abbiamo necessariamente bisogno, mi sono accorta della latitanza di alcune parole.
Non esiste più il mancino perchè esiste la "persona che usa la mano sinistra" né la tariffa, perchè si parla solo di "prezzo". Le parole vengono semplificate non perchè viene meno il tempo, ma perchè non si conosce l'esistenza dell'alternativa. E così il linguaggio prosegue la sua evoluzione, lasciandosi alle spalle parole e suoni non più esercitati.
La maggior parte delle persone con cui parlo ha un vocabolario ridotto. Ridottissimo.
Mi chiedo come facciano, così, ad articolare il complesso mondo del lessico delle emozioni, e soprattutto se c'è un nesso tra questa penuria lessicale e l'analfabetismo emotivo di questi strani tempi.

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