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martedì 13 marzo 2012

La solitudine delle parole perse

Siamo abituati a parlare di "noi" e di "loro".
Viviamo separati, tribù di persone che raramente si mescolano. A volte pensiamo a loro come dei barbari, che vivono insieme a noi e si alimentano della stessa penuria di stimoli culturali con cui ci alimentiamo noi.
Si sposano come noi, perpetuano questa specie e quindi, come noi, hanno diritto ad avere un'opinione, un seguito, di essere come noi un mattone egualmente solido che compone il muro del nostro futuro.
Tutto questo per parlare di cosa.
Al Cosmoprof, dove lavoro ogni anno e luogo che adoro perchè racchiude tutto il superfluo di cui abbiamo necessariamente bisogno, mi sono accorta della latitanza di alcune parole.
Non esiste più il mancino perchè esiste la "persona che usa la mano sinistra" né la tariffa, perchè si parla solo di "prezzo". Le parole vengono semplificate non perchè viene meno il tempo, ma perchè non si conosce l'esistenza dell'alternativa. E così il linguaggio prosegue la sua evoluzione, lasciandosi alle spalle parole e suoni non più esercitati.
La maggior parte delle persone con cui parlo ha un vocabolario ridotto. Ridottissimo.
Mi chiedo come facciano, così, ad articolare il complesso mondo del lessico delle emozioni, e soprattutto se c'è un nesso tra questa penuria lessicale e l'analfabetismo emotivo di questi strani tempi.

martedì 31 gennaio 2012

Interviste possibili: Sabrina, 26 anni, di Canosa di Puglia, vive a Bologna dove studia Dams Musica indirizzo Discografia multimediale

Prima puntata delle nostre "Interviste possibili", rubrica mensile di approfondimento sulla cultura giovanile italiana, indignata o meno, ma volonterosa di dare un contributo positivo alla crescita di questo paese in stallo.
Sabrina, 26 anni.
Si presenta con lunghi capelli neri e un collarino di borchie, gli occhi contornati da ombretto nero e il pallore di chi passa troppo tempo sui manuali di Estetica della musica argentina post recessione.

Sabrina, qual'è la tua esperienza di studentessa migrante?

Innanzitutto grazie di avermi intervistata. Sono arrivata a Bologna 7 anni fa, grazie al cugino di un amico di zia Maria Teresa, che aveva una stanza libera da affittare. Lui fa l'operaio da 20 anni qui a Bologna. Era venuto per studiare "Andamenti storiografici della pittura moldava del XV secolo" ma poi, le avversità della vita e il non volersi piegare a un sistema universitario poco meritocratico, gli hanno fanno scegliere questo lavoro. Sta bene, ha comprato pure casa. Come secondo lavoro commercia burrate. Io gli dò una mano quando non lavoro come barista in un centro sociale.

Parliamo dei tuoi studi. Cosa ti ha spinto a studiare "Discografia multimediale"? Come ti trovi? Quali sbocchi professionali pensi di trovare dopo la laurea?

Beh, la laurea è ancora lontana! Fin da piccola ho coltivato l'interesse per la musica. A flauto ero la prima della classe. Poi, da liceale, ho scoperto il Glam rock e per un periodo sono stata dark. Tutti pensano che sia una moda momentanea, in realtà è proprio uno stile di vita, che ti aiuta ad esprimere il buio che c'è dentro di te. Mi ha aiutato molto, a far uscire la vera Sabrina. Insieme alle letture di Edgar Allan Poe e di Enrico Brizzi. Poi, in 5^ superiore, quando tutte le mie compagne sognavano di diventare avvocati o medici, ho trovato questo fantastico corso. Sentivo che Bologna era la città della mia vita da tanto tempo, perchè creativa e anticonvenzionale, e allora ho scelto.

A che anno sei?

Sono al 3^ anno fuori corso, ma sono una studentessa lavoratrice. Faccio la barista una volta a settimana in un centro sociale, per pagarmi gli studi. Spero di laurearmi tra 3 anni!

Come ti vedi da grande?

Mi vedo lavorare in un grande locale che promuove musica indipendente. Mi piacerebbe creare una nuova etichetta, magari solo per band al femminile, e distribuirla sulla rete. Magari creare un'associazione culturale che promuove la cultura della mia terra qui a Bologna. Potrebbe essere un'idea nuova.

Grazie, alla prossima puntata.

domenica 7 marzo 2010

Grazie al cielo esistete

Da qualche tempo stiamo assistendo all'espandersi di un fenomeno collettivo chiamato Fashion Blogging.
Ora, se prima interessava solamente individui di sesso femminile appartenenti al continente americano o oceanico e veniva colto come divertissement straniero a cui guardare con lo stesso distacco con cui guardiamo l'uso del Ketchup al posto della salsa al pomodoro sugli spaghetti. Da poco, causa mamma globalizzazione, sono approdate quatte quatte anche in italia, soprattutto a Milano.
Queste personcine, le fashion blogger, hanno in media 22 anni. Frequentano una qualsiasi università privata milanese (ma anche no, siam popolari noi!), hanno un piccolo appartamentino comprato da papà in zona San Babila, un fidanzato che ha dimestichezza con la macchina fotografica (non si chiede tanto, basta che centri l'obiettivo), una macchina fotografica figa e, last but not least, una carta di credito illimitata. Si, perchè queste ragazzette, alla veneranda età di 22 anni, quando tutte noi al massimo potevamo permetterci una cintura borchiata in piazzola e le marchette erano un alternativa fortemente considerata, girano con pezzi da 90 quali borse di chanel, scarpe di gucci o yves saint laurent alternati a capi più cheap come quelli di H&M, che tanto disimpegnano.
Ora, se ci avventuriamo in un analisi più dettagliata del fenomeno fashion blogging, possiamo riconoscere le seguenti aberranti caratteristiche:

- le fashion blogger scrivono normalmente sia in italiano che in inglese, facendo un uso improprio di ambedue le lingue. Cercano di usare lo slang americano creando mostri quali It stays very well (sta molto bene in fashionblogghese), I can't see the hour to wear it (non vedo l'ora di indossarlo) e immagino che rispondendo a un numero straniero per paura che sia un Fashion Editor di Vogue diranno Ready.

- le fashion blogger, sia che vengano da Mola di Bari, Pozzuoli, Torino o Milano, utilizzano lo spazio intorno a loro per creare fantastici stage dove improvvisare shooting sensazionali. Una discarica alle porte di Foggia? è figo con una Chanel 2.55 Jumbo. Il giardino pieno di fango dietro casa di Nonna Assunta? Perchè no, con un paio di over the leg Givenchy. Il bagno otturato dell'Università? Boho-chic.

- le fashion blogger dettano stile utilizzando i loro mezzi. Capita quindi di trovare Blog con foto di outfit mediamente decenti e foto con accostamenti che neanche la fruttivendola cinese del mercato di Peckham riuscirebbe a partorire. Chiunque, per il solo fatto di avere uno spazio per farlo, vede il suo contributo nel Fashion Blogging come una missione. Che me viene il dubbio che la scarpetta della Coop non la conoscono all'estero? Alfrè, viè qua con la camera che me devi fa er siuting. Ci dovremmo rileggere Pasolini, e riguardare Warhol.

- le fashion blogger sono destinate a vivere in sordina a parte alcune che, andando a due sfilate in croce (dell'importanza di Benetton e Frankie Morello eh, micacazzi) per qualche strana congiunzione astrale vengono considerate le regine del fashion blogging, fonti di ispirazione per generazioni di stilisti italiani. Che poi semmai si scopre che il padre è amico del giornalista di Studio Aperto o che la nonna è sorella del fratello di quello che organizza la settimana della Moda a Milano.
O che è la figlia segreta di Chiambretti, solo che ha preso dalla madre.




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