Visualizzazione post con etichetta persone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta persone. Mostra tutti i post

martedì 31 gennaio 2012

Interviste possibili: Sabrina, 26 anni, di Canosa di Puglia, vive a Bologna dove studia Dams Musica indirizzo Discografia multimediale

Prima puntata delle nostre "Interviste possibili", rubrica mensile di approfondimento sulla cultura giovanile italiana, indignata o meno, ma volonterosa di dare un contributo positivo alla crescita di questo paese in stallo.
Sabrina, 26 anni.
Si presenta con lunghi capelli neri e un collarino di borchie, gli occhi contornati da ombretto nero e il pallore di chi passa troppo tempo sui manuali di Estetica della musica argentina post recessione.

Sabrina, qual'è la tua esperienza di studentessa migrante?

Innanzitutto grazie di avermi intervistata. Sono arrivata a Bologna 7 anni fa, grazie al cugino di un amico di zia Maria Teresa, che aveva una stanza libera da affittare. Lui fa l'operaio da 20 anni qui a Bologna. Era venuto per studiare "Andamenti storiografici della pittura moldava del XV secolo" ma poi, le avversità della vita e il non volersi piegare a un sistema universitario poco meritocratico, gli hanno fanno scegliere questo lavoro. Sta bene, ha comprato pure casa. Come secondo lavoro commercia burrate. Io gli dò una mano quando non lavoro come barista in un centro sociale.

Parliamo dei tuoi studi. Cosa ti ha spinto a studiare "Discografia multimediale"? Come ti trovi? Quali sbocchi professionali pensi di trovare dopo la laurea?

Beh, la laurea è ancora lontana! Fin da piccola ho coltivato l'interesse per la musica. A flauto ero la prima della classe. Poi, da liceale, ho scoperto il Glam rock e per un periodo sono stata dark. Tutti pensano che sia una moda momentanea, in realtà è proprio uno stile di vita, che ti aiuta ad esprimere il buio che c'è dentro di te. Mi ha aiutato molto, a far uscire la vera Sabrina. Insieme alle letture di Edgar Allan Poe e di Enrico Brizzi. Poi, in 5^ superiore, quando tutte le mie compagne sognavano di diventare avvocati o medici, ho trovato questo fantastico corso. Sentivo che Bologna era la città della mia vita da tanto tempo, perchè creativa e anticonvenzionale, e allora ho scelto.

A che anno sei?

Sono al 3^ anno fuori corso, ma sono una studentessa lavoratrice. Faccio la barista una volta a settimana in un centro sociale, per pagarmi gli studi. Spero di laurearmi tra 3 anni!

Come ti vedi da grande?

Mi vedo lavorare in un grande locale che promuove musica indipendente. Mi piacerebbe creare una nuova etichetta, magari solo per band al femminile, e distribuirla sulla rete. Magari creare un'associazione culturale che promuove la cultura della mia terra qui a Bologna. Potrebbe essere un'idea nuova.

Grazie, alla prossima puntata.

domenica 17 aprile 2011

Microclimi

Mi ero appuntata una cosa che dovevo scrivere qui sul blog. Ho buttato il foglietto nella borsa. Borsa che contiene moltissimi foglietti, di varia natura. Dalla lista della spesa, a un foglietto in cui scrivo che devo chiedere alla mia commercialista delucidazioni su una sigla che somiglia vagamente a YMCA. Come fa figo dire "la mia commercialista". Comunque. Quell'appunto è ovviamente andato perso nei meandri del mio congenito disordine e qualcuno, su un autobus (forse il 20) lo ritroverà e riderà.
Dato che non ricordo più quello che dovevo scrivere, scrivo che non mi piace l'idea che si debba lavorare per vivere. La trovo antiquata.
Io, per vivere, vorrei ridere e amare.
Lavorare per vivere mi sembra una cosa cattolica e punitiva. Da "espiazione dei peccati", ecco. Da "altro che parto con dolore, per tutta la vita ti obbligo a un 740 disastroso".
Dovremmo farci una rivoluzione, su questa cosa.
Mica pizza e fichi.

mercoledì 5 gennaio 2011

Imprenditorialità femminile

Oggi ero sul lettino della mia ginecologa e, mentre lei era intenta a perlustrare il mio utero, abbiamo partorito, questa volta metaforicamente, un progetto lavorativo insieme.
Non mi era mai capitato di parlare di lavoro mentre qualcuno socializzava con le mie pubenda, anche se in certi casi sarebbe stata un'alternativa più divertente.

sabato 11 dicembre 2010

Contraddittorio

"Avrò sbagliato diagnosi". Queste le parole del Dott. Mauro Menarini, arrestato per falsi certificati medici e per aver attestato una paraplegia irreversibile incompatibile con il carcere a un recluso della Dozza che, invece, pare salti agilmente la staccionata della pubblicità Olio Cuore.
Chissà se, interrogata da un paio di angeli alati, boccoli d'oro al vento, tuniche blu con orli d'argento (il mio costume di Carnevale per 3 anni), la mia maestra delle elementari potrebbe dire di me lo stesso:

"Si, lo ammetto. Credevo fosse intelligente. Ma alla luce degli ultimi fatti posso sostenere con cognizione di causa che ho sbagliato diagnosi".

Anche tu!!

Perchè io, da un pò di tempo, dico sempre la cosa sbagliata, al momento sbagliato, alla persona giusta. E mi sono pure tinta i capelli di rosso rame, globalmente riconosciuto come il male o come il colore delle meretrici.
Almeno, e per fortuna, non mi chiamo Pamela.

giovedì 9 dicembre 2010

Cordialmente

Oggi aspettavo un fax davanti alla macchina dei fax (ha un altro nome, per caso?).
Pensavo alle parole di mia madre "Ti innamori di gente che spesso sopravvaluti" o che ripete sempre il mio amico Andrea "No, quello no. Così ti butti via. Sei il caviale per uno che è abituato a ossa di pollo". Io ho paura che poi, continuando con questa selezione, prima o poi mi ritrovo a 40 anni, con due ovuli rimasti e con l'obbligo di rispettare quel patto che un giorno io e il mio amico R. suggellammo con un bicchiere di porto: "Se non sei sposata a 40 anni, ti sposo io e ti faccio fare tre figli". Solo che R. in dieci anni è diventato obeso e con problemi di alitosi, e io evitarei di onorare quella promessa adolescenziale.
Mi sono chiesta allora perchè noi ragazze ci imbuchiamo in patti-salva-vita-sentimentale in un età ancora lontana dal ticchettio schizofrenico dell'orologio biologico. E soprattutto perchè li stiliamo sempre con gente che diventerà la controfigura di Lerch.
Forse perchè geneticamente conosciamo il problema della progressiva scomparsa del maschio (che Zanotelli ha da poco riportato in tivvù), e davanti a una futura lotta all'ultimo tacco per conquistare quei pochi non occupati, gay, disorientati o senza capelli ci piace partire premunite.
Forse siamo vittime di un pessimismo tutto femminile, che ci porta ad attuare un piano b qualora la possibilità di vedersi accoppiate si riduca drasticamente avvicinatesi all'età del collo a Gallus domesticus.
Forse perchè "meglio sole che male accompagnate" l'ha inventato probabilmente una cessa.
Forse perchè crediamo scarsamente in noi, per colpa della cultura maschilista, del Governo, e delle mezze stagioni.
Tutte ipotesi le mie, che mi hanno fatto sostare 20 minuti davanti al fax, parlando da sola.
E poi, a un certo punto, è davvero uscito un fax.

E riportava l'annuncio della prossima apertura di un'Agenzia matrimoniale a Bologna.

domenica 17 ottobre 2010

Un comodino ci renderà più intelligenti

La relazione più lunga della mia vita, finora, l'ho avuta con "Chi l'ha visto.
Una storia cominciata quando avevo undici anni e, lo ammetto, ancora tornavo a dormire nel lettone, quando quella musica partiva e mi ipnotizzava portandomi in un mondo di dispersi, di rapiti, corpi senza identità. Devo ammettere che, anni dopo, quando vidi il mio primo film horror, non fui affatto sorpresa ne angosciata, in quanto da anni mi sottoponevo a un settimanale allenamento alla tensione, all'orrore.
Vorrei dire di avere imparato qualcosa, da tutte quelle storie, ma l'unica cosa che mi viene in mente è che sono più ossessionata dai particolari, li ricerco con una diligenza infinita, li pretendo dalle azioni altrui.
Così, quando incontri una persona, amica di amici, e le dici "Guarda, io ti conosco, prendi da 5 anni il treno delle 17.16 con me" e ti rispondono due occhi dilatati dallo stupore, incapaci di rispondere, ti senti un alieno che ha raggiunto la terra per sbaglio.
"Tempi duri per i sognatori", chiosava un film che odio.
Ma è un poco vero.

mercoledì 21 aprile 2010

Abburrazzimammasutulu


Esce in veranda sempre dopo cena, più o meno alle sei e un quarto.
Ha le maniche corte anche d'inverno, le braccia grosse di chi ha lavorato sodo, mica ticchettato sulla tastiera come la maggior parte di noi. La faccia rossa e rugosa, costante inglese, e una capigliatura scura interrotta da chiazze grigie che rivela una probabile origine latina. Porta ciabatte e calzetti, e a volte infradito gialle, che strizzano i suoi piedi grassi in qualcosa di simile a uno sformato di prosciutto cotto.
Si siede in veranda, si tocca, alza la gamba come fanno i cani prima di fare la pipì ma, invece di produrre una pioggia dorata, fa scendere il pantalone di flanella.
Poi, sgranchitosi la voce, pronuncia la seguente frase: Abburrazzimammasutulu.
No, non è un personaggio della mia fantasia, ne un pazzo fuggito da qualche manicomio. Neppure una candid camera, una voce registrata, la cassetta del The Best of Nino D'Angelo.
E' figlio di napoletani immigrati a Londra cinquant'anni fa.

sabato 27 marzo 2010

Tempi duri


Preambolo
Tempi duri per i figli di Dio che, indecisi tra la vocazione a servire il signore e la irrefrenabile voglia di palo, hanno scelto la prima per poi indugiare irrefrenabilmente nella seconda, credendo che qualche Ave Maria e un paio d'orette seduti sulle ginocchia bastassero per assicurarsi quantomeno un attesa in poltrona per il fantomatico paradiso.

Quando vivevo in Irlanda conobbi l'Arcivescovo di Dublino.
Non mi dilungo sulle circostanze che mi portarono a conoscere un ecclesiastico ma vi dico che, come tutti gli ecclesiastici, era brutto e odorava di sanitaria.
In quell'occasione indossavo una maglietta con maniche a tre quarti (no comment, plis) e, un prete organizzatore dell'incontro, a dir poco allarmato, appena mi vide mi corse incontro dicendo " put your coat on, the archbishop won't be happy".
Due smilze braccine, tra l'altro pure pelose, mi turbano l'archbishop? pensai tra me e me.
Che è in arrivo una pertubazione atlantica? fu il mio secondo pensiero.
Nessuna di quelle domande trovò risposta (a parte la seconda, non piovve), e da quel momento Archbishop won't be happy divenne il motto dell'allegra combriccola di cui facevo parte all'epoca.
Da molto tempo non pensavo a quest'episodio ma, in questi giorni non so, mi sento turbata.
Conosco svariati gay, tutti felici, a parte due, davvero infelici, che fanno parte della Chiesa.
Me ne ricordo soprattutto uno, che da piccolo voleva giocare insistentemente con le nostre barbie e si beccava sequenze di pericolosissimi calci nello stomaco. La faccia femminea era stata scambiata dalla di lui famiglia per volto angelico e a 14 anni fu mandato in seminario, proprio all'epoca in cui si cominciava a pasturare.
Poraccio, cosa si è perso.
Era anche in una scena del film Jack Frusciante è uscito dal gruppo se non sbaglio e pensai che almeno, anche se non aveva scopato, aveva avuto un minuto di celebrità, un momento di orgoglio nella sua vita di prete sessualmente disorientato.
Mi chiedo dove sia lui, ora, e cosa stia facendo. Cosa ne pensi di questi preti che violentano bambini sordo muti, sperando che la multa che san Pietro gli presenterà abbia lo sconto handicap. Lui che giocava a essere rapita dai soldati. Lui che voleva diventare ballerina. Cosa ne pensa di questi preti che nascondono cadaveri per non sporcare la reputazione di una chiesa che non esiste più, di un culto oramai infangato. Che ti fa venire voglia di dire che il vero peccato è che esistano, quei nonni in gonnella e tacchetto. Tacchetto made in Prada, tra le altre cose.


mercoledì 13 gennaio 2010

Mamma, sono un fenomeno

Di mattina, quando mi preparo ad uscire vestita come lo yeti, con addosso 4 strati di lana, inchiavabile come solo io posso diventare, e simpatica quanto, come dicono gli inglesi, a pain in the ass, normalmente incontro un mio vicino di casa, ribattezzato amorevolmente in codesto modo: Mamma, sono un fenomeno.
Mamma sono un fenomeno è un nerd della vecchia scuola. Per dare un' idea, di quelli che vanno in giro con gli scarponcini anti neve anche quando non devono, per ragioni climatiche, farlo. Di quelli che c'è una bella ragazza al tavolo e loro si intrippano con l'amico racchia a parlare di come costruire un circuito elettrico. Di quelli che il sesso non sanno neppure dove sta di casa, e neanche si smanettano (preferisco uno smanettone a un alibidico).
Mamma sono un fenomeno è così.
Di mattina, quindi, quando mi preparo ad affrontare 40 minuti di camminata per andare in ufficio, sia con la neve, la pioggia, le tormente, gli scoiattoli assassini che si lanciano dagli alberi giusto per procurarti una sincope, mamma sono un fenomeno esce di casa, in bicicletta, vestito con i pantaloni corti, un pile della quechua, l'elmetto per la bici e gli immancabili stivaletti da montagna.

(La foto non rende perfettamente l'idea, immaginatelo con i pantaloni corti)


Dopo un secondo all'aria aperta, un pò come i reperti archeologici che deteriorano al contatto con l'ossigeno (mi chiedo se viva nella nostra stessa dimensione, mah), la sua pelle comincia a degradare verso un colore rosso gambero e, tempo dieci passi (quelli richiesti per arrivare alla strada) sembra un peperoncino calabro.
Ieri, disgustata dai quotidiani incontri mattutini, gli ho chiesto: " Oh, ma perché non ti metti i pantaloni lunghi?" (Oh, why don't you put long trousers on, you lousy bastard?)
E lui, serafico, felice oserei dire, orgoglioso, mi ha risposto:
Mangio tanta carne rossa, sono forte.
Ecco, giusto per dirvi quanto sono deficienti gli inglesi.
Nel senso di deficere, eh.

martedì 5 gennaio 2010

Valorizzare le capacità individuali

Faccio, da anni, lezioni private.
Ho iniziato con l'inglese, lingua di famiglia, poi con l'italiano, storia e infine musica (si, c'è gente che ha bisogno di lezioni private di musica).
Negli anni ho visto tanti ragazzini, le loro case, le loro famiglie, le loro storie.
Ho cercato di rimediare ai loro bisogni di confidenza, alla voglia di uscire dagli schemi di un insegnamento troppo rigido e nozionistico; e poi, quando ho capito che non potevo più fare niente e che mai sarebbero diventate persone migliori, ho cominciato ad osservarli.
Soprattutto una famiglia, particolarmente legata a me. La famiglia di Lena.
La madre (vaga somiglianza con il gabibbo) è una donna che vive in cucina. Passa la sua giornata a elaborare complessi piatti della tradizione bolognese, avendo come punto di riferimento le Officine Minganti e la parrucchiera di via Corticella.
Il padre, operaio specializzato, finisce i pomeriggi sparando a salve in cantina, e nei momenti culturali legge libri sulla storia del nazismo o si fa depilare le orecchie dalla moglie.
La figlia, adolescente, elargisce pompini con la stessa facilità con cui saluta con la manina aperta, come i bambini piccoli. Tutto sotto lo sguardo cupo della Milizia Mariana, ovviamente, ordinata in tre pile sul tavolino dell'ingresso.
Questa famiglia si è profondamente affezionata a me in questi anni ed io, in qualche modo, a loro.
Mi hanno voluto bene e visto come parte della famiglia, anche se non li ho mai approvati né seguiti nelle loro follie, che consideravo sterili ed analoghe alle costruzioni mentali dei malati di Alzheimer.
Mi sono accorta che avrei potuto chiedergli qualsiasi cosa ed avrebbero approvato, perché pendevano dalle mie labbra e, ora che non ci sarò, penderanno dalle labbra altrui.
Improvvisamente ho pensato che certe persone scelgono di non vivere, e che potrei facilmente fare politica.

mercoledì 25 novembre 2009

E c'è chi la chiama normalità

A volte nella vita ci sono periodi che assomigliano a un elettrocardiogramma piatto, con delle punte - sporadiche- di follia.
Cioè, uno con l'elettrocardiogramma piatto, insegna E.R., è deceduto. Ma se qualcuno si è fatto, come me, rovinare le notti dell'adolescenza da X files o dall'italianissimo Voci Notturne (e qui la mia emilianità ha un impennata), sa a cosa mi riferisco.
La mia vita ultimamente è piuttosto piatta. C'è chi dice che sono periodi, chi " è la quiete prima della tempesta", chi semplicemente mi fa pat pat sulla spalla.
Io non lo so.

Pensavo di avere una vita monotona finchè non ho avuto la fantastica opportunità di soggiornare nella periferia di Padova.
Il mio primo approccio è stato con il barista:

- Scusi, sto morendo di pipì, dove trovo il bagno?
- Là.
- Grazie!
- Se non consumi però non te la faccio fare.

Il mio secondo approccio è stato con la signora del B&B:

- Salve, ho prenotato una stanza per due.
- Si, si...entrate..questa è la camera, lì c'è il bagno, là la colazione e adesso mi dovete pagare.

E fin qui tutto ok. D'altronde non sono io che voto Lega.
Dopo due giorni chiusi in un B&B, riesumo per dare un concorso e bum. Scopro che il barista e la signora del B&B si sono moltiplicati, e hanno assunto le sembianze dei miei colleghi di concorso. Scene in cui io chiedo " scusa puoi dirmi a che ora comincia la terza prova?" a cui c'è chi risponde "guarda su internet" e a cui mi vendico con " si si , io il prozac lo darei a un bimbo di sette anni, mettilo nel compito" .
Almeno sono certa di non trovarmela come collega.

Ma la cosa che più mi ha riempito il cuore di densa e lattiginosa nebbia padana è stato vedere questa periferia.
Una chiesa sì, una sì e una sì. Suv parcheggiati con gambe divaricate al vento, probabilmente non italiche. Muratori con sguardi persi nei riflessi delle vetrine delle gioiellerie.
Una strana calma apparente, sotto cui è percepibile uno stridio angosciante .

Dopo due giorni ho avuto un attacco di shopping compulsivo che neanche ai saldi di Harrods. Ho trascinato Lui in ogni angolo del centro di Padova e avrei comprato perfino degli scovolini per placarmi. Entravo nei negozi con la carta di credito in mano e lo sguardo da Metadone, sarei andata pure dalle Paoline pur di tornare a casa con un pacchetto gonfio di qualcosa di nuovo.
Alla fine, con la bava alla bocca, ho rimediato una mezza chilata di un dolce veneto con frutta e pane.
Buono eh, ma peso quanto Giuliano Ferrara.
Ovviamente Lui è tornato a casa con due sacchetti pieni e (secondo me) sculettava pure.

martedì 10 novembre 2009

Si comincia a fare figli ma non si comincia a crescere

La notizia del giorno è sempre la stessa.
Qualche tua coetanea si è fatta ingravidare e sta per sfornare (quanto mi piace, in inglese, il verbo delivery) un altro bambino/a.
Se sarà femmina avrà il piacere di indossare fashionissime tutine di Hello Kitty e Ugg versione baby.
Se è maschio la mamma sarà meno felice, ma troverà sempre un bel paio di Jeans sborsati sul piccolo pacco-to-be, che fanno sempre un sacco bello.
Insomma, dopo anni in cui ci siamo impillolate, spiralizzate, incerottate, da un pò di tempo le donne hanno riscoperto l'amore libero, il desiderio di pancia, di un figlio che cresce.
Niente di grave se si fanno bambini, sempre meglio che fare guerre.
Il problema è quando si usano i figli per dare un senso a un'esistenza già perduta, davanti a cui ci sentiamo impotenti e in balia di forze maggiori. Usiamo i figli come scudi contro la solitudine, contro la mancanza di ambizioni e la pressione ad averne, come scusa per non ammettere al mondo la nostra mediocrità.
E allora si, facciamo figli, credendo che ci salveranno dal nostro nulla, mentre loro avrebbero solo voglia di crescere sotto il nostro sguardo felice, liberi e leggeri come quando erano immersi nella placenta.
Fare figli è di moda nella collezione a/i della nostra vita.


Non c'è niente di male a fare un bambino.
Dopo tutto c'è la speranza che sia un individuo migliore di noi.

lunedì 9 novembre 2009

Londra, sì. La capitale dell'Inghilterra

Qualche giorno fa ho avuto una conversazione surreale con una conoscente, dopo averle annunciato che mi trasferivo a Londra per lavoro.

- vado a Londra.

- Londra?

- Sì, Londra.

- Londra....

- Si, si. Londra.

- Ma....Londra, Londra?

- Sì, Londra. La capitale dell'Inghilterra.

- Ahh...


Da quel giorno mi sono chiesta che cosa avesse creato così tanta confusione nella sua testa mononeuronica per arrivare a chiedermi 5 volte se davvero si trattasse di Londra (si, Londra!)


1) ovviamente non pensava alla capitale dell'Inghilterra. Dopo Barcellona Pozzo di Gotto, ha pensato a Londra Calabra (d'altronde in provincia di Modena, c'è la California, quindi tutto è possibile).

2) ha pensato a uno scherzo da parte mia, che sono una riconosciuta burlona. Che ridere!

3) ha avuto una lesione al lobo temporale con conseguente fissazione mentale, e ora sta vagando per Bologna dicendo Londra a chiunque incontri. Se la incontrate siete pregati di chiamare il 118 o direttamente Villa Baruzziana.

4) Non conosceva Londra per nome. Per lei è semmpre stata la capitale dell'Inghilterra. Ora che lo sa è corsa a correggere le sue centocinquanta Smemorande su cui aveva scritto con l'evidenziatore fucsia " domani vado in viaggio studio nella capitale dell'Inghilterra".

5) è siciliana e non lo sapevo. Da lei si dice Lonttrra.

domenica 1 novembre 2009

Regole di interazione con il gruppo spiegate da un'outsider

Essendo un outsider cronica, una persona che non riesce a stare fissa in un gruppo ma ha la fissa del gruppo, per lo stesso motivo per cui le riccie vogliono diventare lisce, mi sono sempre chiesta perchè da sempre fatico a rapportarmi con il gruppo.














Un trentennio di relazioni sociali fatte/disfatte/distrutte mi ha fatto capire che il problema non sono Io, ma è la mia totale incapacità di sottostare alle regole del gruppo, regole apprese per osmosi dai suoi partecipanti come vengono apprese le canzone dei Beatles o di Gianni Morandi attraverso la placenta materna.

Le principali sono:
- Il gruppo non telefona. Mai. Tu devi cercare il gruppo. Se lo cerchi lui ti chiederà " Perchè non ti fai mai sentire?" a cui seguirà predica ed elenco delle attività fatte in tua assenza a cui ovviamente non sei mai stato invitato.
- Il gruppo non ti chiede come stai, se ti trasferisci in un'altra città. Tu devi chiamare e raccontare le tue avventure che è auspicabile siano peggiori di quelle del gruppo stesso, per non minare la visione fantastica della vita del gruppo, che è seconda per divertimento solo a quella di Hugh Hefner.
- stessa cosa capita quando ti trasferisci in un' altra regione/nazione europea. Non vale per il trasferimento intercontinentale, visto dal gruppo come una irripetibile occasione vacanziera, a cui non rinuncerà mai, anche se ti deve mondieu telefonare.
- ovviamente se hai relazioni sentimentali con un membro del gruppo, la tua popolarità nel gruppo cresce fintanto che la tua relazione prospera, per decrescere al primo segnale di crisi fino ad arrivare all' eliminazione totale dalla memoria by Lacuna INC. in caso di rottura definitiva. Ciao ciao bella.
Te se rivede.

Riassumendo le regole del gruppo assomigliano terribilmente a quelle del matrimonio.
Amare il gruppo, onorare il gruppo, essere fedeli per sempre al gruppo.
Coincidenze inquietanti che spiegano molte cose, soprattutto la mia fastidiosa orticaria al primo accenno di ambedue i concetti.


martedì 27 ottobre 2009

Segno dei tempi

Della mia adolescenza, passata a Prato con mio padre, ho ricordi molto belli.
Mio padre aveva una fabbrica tessile, si occupava di import-export.
All'interno del suo magazzino c'erano scatoloni su scatoloni e quando io, finiti i compiti, potevo dargli una mano, provavo una strana sensazione di stordimento davanti a tutti quei vestiti.
Una volta sbavai pure, davanti a una t-shirt edizione limitata di Calvin Klein, ma forse era la fame.
Mangiavo poco, era di moda Kate Moss.

Gli operai di mio padre si chiamavano Giannino, Rita, Marco, Paolo, Robertino, Fabietto.
Ne chiamavi uno e si voltavano tutti, perchè erano cinesi e non capivano una parola.
Mi sono sempre chiesta come facessero a lavorare per mio padre, che parlava solo italiano, e non sbagliare mai un ordine.
Mio padre diceva che erano nati per lavorare, e allora pensavo che lui era nato per avere un'azienda, io per comprare vestiti e Benedetta, il nostro cane, per fare pipì contro le gomme della Mercedes del vicino, che si chiamava Aristide e si toccava sempre tra le gambe.

Sono passati quindici anni da quel periodo.
Ho scoperto di essere nata anche per altre cose, che non sempre implicano una carta di credito.
Benedetta è ancora viva, ma la Mercedes non c'è più, chiaro segno dei tempi.
Per quanto riguarda mio padre e i cinesi, beh a voi la risposta.



lunedì 26 ottobre 2009

Insegnare la pedagogia del terrore ai bambini, l'unica soluzione per leggere un giornale

Michimostro, Michimostro, mi dai un consiglio su come affrontare i bambini? appena prendo il giornale in mano arrivano, lo stracciano e vogliono che giochi con loro..!

Digli che se lo fanno un'altra volta li ammazzi. Con me da piccolo ha funzionato.


Questo succedeva quarant'anni fa, quando il nostro placido Michimostro lanciava palle di ragù dalla finestra e crocifiggeva le vicine di casa con arco e freccie autocostruite.
Probabilmente tutti pensavano sarebbe diventato un serial killer, mentre oggi è un affermato architetto/designer che non disdegna serate sul divano e il ragù più che lanciarlo preferisce mangiarlo.
Non ha neanche ammazzato la madre, nel caso ve lo steste chiedendo.
Fosse nato oggi, lo avrebbero imbottito di farmaci e lasciato alla mercè di qualsivoglia neuropsichiatra infantile avesse qualcosa da dire. E, ci giurerei, sarebbero stati molti.

Io domani ci provo. O va bene, o al massimo gli creo qualche sana paura infantile, che sennò che infanzia è.

domenica 18 ottobre 2009

Dieci minuti di celebrità e una vita di tristezza

Non c'è cosa più emotivamente destabilizzante, sconvolgente e destrutturante del vedere la tua ex datrice di lavoro che si fa fotografare in posizioni lascive, per di più in un granaio, vestita di stracci e con sguardo ammiccante.
Colei che ti ha concesso il lavoro si concederebbe ben volentieri a qualunque raccoglitore di barbabietole della zona: qualcosa che può uccidere, se si è deboli di cuore.
Questa cosa del minuto di successo di Andy Warhol andrebbe spiegata alla maggior parte delle persone che hanno un social network o luoghi in cui è possibile esibire il proprio corpo a scopo celebrativo.
Si, arriva il minuto di successo. Ma per gli altri, dall'altra parte del monitor, arriva un'ondata di glaciale tristezza accompagnata dalla considerazione che ti pensavano più felice, più realizzata, ma soprattutto, più carina senza vestiti.
Amen.

Related Posts with Thumbnails